Lolita è una parola sul vocabolario, è una ragazzina che ciascuno di noi ha conosciuto, almeno una volta, nella vita, è un mito, un modo di dire, una proibizione, un implicito non esplicabile, un fatto scabroso, un trafiletto nella cronaca nera, un peccato, è il ricordo delle bambine che siamo state, è la violazione dell’infanzia e al contempo il disegno di un’infanzia e di una preadolescenza che ancora facciamo fatica ad accettare nella loro sconvolgente sessualità. Lolita è un verbo: è giocare con il fuoco, è inciampare, fraintendere, desiderare fino a rimanere senza fiato. Lolita è più di ogni cosa, nel quotidiano, un giudizio, ma per noi è innanzitutto un dialogo con l’arte che per sua natura, per essere tale, non può che accogliere in grembo, insieme, dolore e piacere, beatitudine e tortura.
Lolita è troppe cose per sintetizzarla in una frase sola. È l’annebbiamento della testa, il sogno di paradisi possibili e inferni prossimi, un inno alla straordinaria potenza del pensiero, il nascondiglio dell’anima dentro cui scomparire e sprofondare, il delirio estetico-erotico di una fragilità, un viaggio lungo i lastricati sentieri della pornografia in cui il viaggiatore non cessa mai di sollevare lo sguardo verso i luccicanti paesaggi che costeggiano il peccato. Lolita è lo straordinario romanzo di Nabokov, è l’immagine della ragazzina in costume da bagno che guarda senza pudore la macchina da presa e lo spettatore dell’ancora più noto, forse, film di Kubrick.
La compagnia Biancofango vuole evocare tutte queste cose con lo spettacolo in scena al Teatro India da martedì 26 aprile.
Presentato alla Biennale di Venezia 2020, About Lolita si basa su una drammaturgia originale a doppia firma di Andrea Trapani e Francesca Macrì, che ne è anche regista. «Il nostro desiderio non era adattare il romanzo, ma riattraversare visione e immaginario collettivo intorno alla questione Lolita — racconta la cofondatrice di Biancofango — Un nome proprio che è anche il titolo del libro di Vladimir Nabokov, ma anche una voce del vocabolario, una ragazzina che ciascuno di noi ha conosciuto almeno una volta nella vita, e un immaginario connotato in modo differente secondo le società». Prodotto dal Metastasio di Prato e da Fattore K lo spettacolo si svolge sul rosso di un campo da tennis in terra battuta e mette in scena un palleggio, sia fisico che metaforico, tra sensi di colpa, fallimenti e l’ossessione di giovinezza dell’uomo adulto.